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Una brutta idea, ma non la peggiore.

2 giorni fa
Tempo di lettura: 5 min

to 2026 by 2021



Esattamente cinque anni fa, ad ottobre del 2021, mi veniva in mente una parola: STRONZA. Eravamo in pieno Covid, in uno di quei periodi in cui le giornate sembravano tutte uguali e il mondo, là fuori, non stava attraversando esattamente il suo momento migliore. L'idea nacque un po' per noia, un po' per quella mia voglia di provare a sdrammatizzare anche le situazioni più complicate. Non c'era nessun progetto imprenditoriale, nessun business plan e tantomeno l'intenzione di costruire un'azienda. C'era soltanto una parola che mi faceva ridere e che, per qualche strano motivo, continuava a girarmi per la testa. Non sapevo ancora cosa sarebbe diventata. E, a dirla tutta, nemmeno cosa avrei potuto farci.


Qualche tempo dopo, attorno a un tavolo, con un gruppo di amici, arrivò una di quelle frasi che nella vita sarebbe meglio non pronunciare mai: «Dai, facciamolo davvero». E così nacque Birra Stronza. Il problema è che nessuno di noi aveva la minima esperienza nella distribuzione di birra, nel marketing o, più in generale, in tutto quello che sarebbe servito per far funzionare questa cosa. Avevamo un prodotto che piaceva, un nome che faceva discutere e una discreta quantità di entusiasmo. Ci mancava soltanto un piccolo dettaglio: riuscire a venderlo. Le prime produzioni furono complicate. La birra piaceva a chi la assaggiava, ma non riuscivamo a venderla abbastanza velocemente. I tempi passavano, il prodotto rimaneva lì e noi cominciavamo a capire che avere un'idea divertente non significava necessariamente saperci costruire un'azienda.


Avevamo sottovalutato praticamente tutto.



A un certo punto arrivò una delle decisioni più importanti di questa storia: cambiare partner produttivo. Non fu soltanto una questione di produzione o di capacità. Fu soprattutto una questione di fiducia. Trovammo qualcuno che decise di credere in questo progetto quando, probabilmente, c'erano ancora parecchi motivi per non farlo. Qualcuno che vide qualcosa oltre a quel nome assurdo e ci diede la possibilità di provare a costruire davvero quello che avevamo in testa. Da quel momento le cose iniziarono a cambiare. Le vendite aumentarono, le produzioni cominciarono a crescere e quella che fino a poco tempo prima era un'idea nata per scherzo iniziò ad assumere le dimensioni di un'azienda vera. Bellissimo.


Peccato che noi, nel frattempo, fossimo rimasti praticamente gli stessi.



Mentre Stronza continuava a crescere, noi cercavamo disperatamente di capire come starle dietro. Ogni giorno c'era qualcosa di nuovo da imparare, una decisione da prendere, un problema che non avevamo previsto o una situazione che, semplicemente, non sapevamo gestire. Abbiamo improvvisato tantissimo in passato, ma continuavamo a farlo. Abbiamo preso decisioni sbagliate, cambiato strada, ricominciato da capo e probabilmente commesso diciannove errori ogni venti tentativi. A volte perché non avevamo esperienza, altre perché eravamo troppo convinti di aver capito tutto. Spesso per entrambe le cose. Ad un certo punto abbiamo persino iniziato a ripeterci una frase che è diventata quasi una filosofia aziendale: «Poche cose e fatte male».



Poi, a un certo punto, ci siamo fatti una domanda: perché continuare a raccontare soltanto le cose che funzionano?


Sui social vedevo aziende perfette, imprenditori che sembravano avere sempre tutto sotto controllo, strategie impeccabili e successi raccontati come se fossero la naturale conseguenza di decisioni geniali. Noi, invece, passavamo buona parte delle giornate a cercare di capire come risolvere problemi che, molto spesso, avevamo creato noi stessi.

E allora abbiamo deciso di raccontare anche questo. Gli errori, le cose che non sappiamo fare, gli scleri, le difficoltà quotidiane, le idee assurde e tutte quelle situazioni che normalmente un'azienda cerca di tenere ben lontane dalla propria comunicazione.

In pratica, abbiamo iniziato a raccontare tutto quello che un reparto marketing probabilmente ci avrebbe consigliato di non raccontare. E lì è successa una cosa che non avevamo previsto: le persone hanno iniziato a riconoscersi in noi. Non perché fossimo bravi, ma forse proprio perché non cercavamo più di sembrarlo a tutti i costi.


La community ha iniziato a partecipare, commentare, scherzare con noi, prenderci in giro e sentirsi parte di qualcosa. Siamo passati da circa 200.000 visualizzazioni mensili sui social a oltre 4 milioni, ma la cosa più bella non sono stati quei numeri ma è stato scoprire che raccontando le nostre imperfezioni avevamo creato un rapporto molto più autentico con le persone. Abbiamo smesso di nascondere quello che non sapevamo fare e abbiamo scoperto che, forse, era proprio quella la parte di noi che valeva la pena raccontare.



Oggi Stronza continua a crescere.


Facciamo cose che cinque anni fa non avrei nemmeno immaginato e ci ritroviamo ad affrontare situazioni sempre più grandi, con responsabilità sempre maggiori. Eppure, paradossalmente, cerchiamo di prendere tutto con ancora più leggerezza di quando abbiamo iniziato. Non perché non ci importi. Anzi, probabilmente ci importa fin troppo.

Ma perché abbiamo capito che, se dobbiamo dedicare una parte così grande della nostra vita a costruire qualcosa, tanto vale provare anche a divertirci mentre lo facciamo. Continuiamo a non sapere fare tantissime cose. Continuiamo a improvvisare, cambiare idea, sbagliare e riprovarci. E va bene così.


Viviamo in un periodo storico che, da quel 2021, non ha certo smesso di darci motivi per essere preoccupati, arrabbiati o semplicemente stanchi. Forse è anche per questo che, oggi più che mai, sentiamo il bisogno di non prenderci sempre così maledettamente sul serio. Non significa ignorare i problemi. Significa trovare il modo di affrontarli senza perdere completamente la voglia di ridere.



Potremmo chiudere questo racconto elencando quanto siamo cresciuti, quanta birra produciamo, dove siamo arrivati o quante persone oggi conoscono il nostro nome e ci sarebbero anche dei numeri piuttosto importanti da raccontare. Ma, sinceramente, dopo cinque anni ci interessa molto di più ricordare tutto quello che c'è stato in mezzo.

Le difficoltà, le notti passate a cercare soluzioni, le decisioni prese e poi rimangiate, i cambi di rotta, le persone che ci hanno dato fiducia e quelle che, per strada, abbiamo perso. Le volte in cui abbiamo riso fino alle lacrime e quelle in cui le lacrime non erano esattamente di gioia. E soprattutto tutte quelle volte in cui abbiamo pensato seriamente che fosse arrivato il momento di chiudere tutto. Perché questa storia non è fatta soltanto di cose che hanno funzionato. Anzi, probabilmente è fatta soprattutto di cose che non hanno funzionato, ma che ci hanno portato a doverci inventare altro.


Cinque anni fa non avevamo la minima idea di cosa sarebbe successo. E, a essere sincero, non ce l'abbiamo nemmeno oggi. Ma una cosa, nel frattempo, l'abbiamo capita: non siamo stati noi a far crescere Stronza. È stata Stronza a far crescere noi.

E forse, alla fine, è proprio questa la cosa che ci piace di più di tutta la storia.


Una brutta idea. Ma, tutto sommato, non la peggiore.


 
 
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